Dubbi laceranti

24 Luglio , 2007

Lunga ed intensa la lettera di Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, ricca di spunti ed ipotesi, di domande e sgomento, di nomi da non dimenticare. Leggerla è doveroso, per non chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

 

Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.

Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.

Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di se, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.

Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.

Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.

I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il sua assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta su fenomeno della mafia (relatore On. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.

Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’ agenda rossa.

Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.

Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.

Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.

A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.

E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’industrializzazione rispetto al resto del paese.

A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e Via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.

A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.

Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.

Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.

Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.

Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, ma i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’atro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.

Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perchè da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.

Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause natuarali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).

Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .

Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.

Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allonatanato da Palemo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.

Eppure nella stessa via, al n. 68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio : “e’ arrivato in città il carico di tritolo per me”.

A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infattivi si recava appena almeno tre volte alla settimana !

La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .

Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.

Chiedo alla Procura di Caltanisseta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio : eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del Dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.

Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanto occulti delle stragi.

Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo relativo alla Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.

Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.

O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza Dott. Parisi e il Dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come racconto lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente

Altrimenti, grazie alla sparizione dell’ agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.

E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.

Milano, 15 Luglio 2007

Salvatore Borsellino


Mafia che fu

20 Luglio , 2007

Era il 19 luglio 1992, via D’Amelio, Palermo.

Persero la vita Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

Coltiviamo il ricordo, cresce e si alimenta di speranzosa giustizia.


Vaccino sì vaccino no?

18 Luglio , 2007

Papilloma virus umano (HPV). Già il nome è spaventoso, li scelgono apposta spaventosi. Può causare il tumore del collo dell’utero. Tremendo. Per questo noi donne ci sottoponiamo con regolarità al Pap Test, ogni tre anni ti arriva la chiamata a casa con un appuntamento già preso, fa tutto il pc, tu devi solo offrire il corpo. Fastidiosissimo ma a quanto pare necessario.

Non bastava, ora ci vogliono vaccinare e le cavie siamo noi. Vogliono iniziare dalle bambine di 12 anni, preferibilmente vergini. Le vogliono spaventare da subito. “Ti vacciniamo perchè con i rapporti sessuali si prende il Papilloma virus”…Immagino già.

Gardasil è il nome del vaccino che si è prenotato per la scalata commerciale, perchè altro non è. Non ci sono prove dell’efficacia del vaccino, i test non sono completi, i pareri dissidenti sono molteplici. Ma i soldi, quelli ci sono e sono già stati stanziati.

Passate da Tasti che è arrivata al suo dodicesimo articolo sull’argomento, poi passate notizia, diffondete. E’ solo grazie alla sua tenacia se oggi vi parlo di questa ennesima ingiustizia. Un’altra informazione è possibile.

 


007 operazione Toga sospetta

4 Luglio , 2007

Gian Carlo CaselliGiancarlo Caselli, Gherardo Colombo, Edmondo Bruti Liberati, Gioacchino Natoli, Ilda Boccassini, Felice Casson, Giovanni Salvi, Antonio Ingroia, Gerardo D’Ambrosio, Francesco Saverio Borrelli.

Sono solo alcuni dei giudici che sono stati spiati. Quasi l’intera procura di Milano, 10 tra consiglieri in carica ed ex del Csm, due ex presidenti dell’Anm e 203 giudici di 12 Paesi europei (di cui 47 italiani).

A farlo non sono stati i servizi segreti deviati, non è stata l’opera di qualche pazzo, di qualche magnate, di una loggia massonica sovversiva. A spiare la magistratura è stato il Sismi, potere esecutivo dello Stato contro quello giudiziario. A tirare le fila uomini politici, per un’attività che si è protratta in modo capillare e continuativo, fino al settembre 2003 e in modo saltuario fino al maggio 2006. Vecchio governo Berlusconi e chissà quale altro accordo con il nuovo.

Lo scopo era quello di “intimidire” e “far perdere credibilità” ai magistrati. Inoltre “sono stati posti in essere dal Sismi specifici interventi tesi a ostacolare e contrastare l’attività professionale o politico culturale dei magistrati e delle loro associazioni”: questo il grave giudizio emerso oggi dal Consiglio Superiore della Magistratura dopo la scoperta dell’archivio segreto a Roma.

L’ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, e l’ex funzionario del servizio segreto, Pio Pompa, sono attualmente indagati dalla procura di Roma. I reati contestati per entrambi sono peculato e possesso abusivo di informazioni riservate.

I due poteri, legislativo ed esecutivo, contro quello giudiziario. Non credo che i costitituenti intendessero questo quando hanno statuito la separazione dei poteri.

Gian Carlo Caselli non si sarà stupito più di tanto visto che in passato è già stato oggetto di leggi contra personam. Lui sì che è un vero “magistrato fuori legge”!

Il potere giudiziario fa rispettare la legge, il potere giudiziario conserva un senso dello stato e della democrazia, il potere giudiziario difende la costituzione, il potere giudiziario sta diventando sempre più scomodo ed obsoleto. Non c’è posto per loro nel Grande Inciucio dei Partitoni Magna-Magna.


Wang Quanan - Il matrimonio di Tuya

3 Luglio , 2007

Tuya

Uscito nelle sale nel giugno 2007, questo film cinese si è aggiudicato il prestigioso premio dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino. Le immagini, i colori e la fotografia vanno ben oltre la storia e la sua semplice trama che si rigira intorno alla dura vita di questa donna che vive nella steppa della Mongolia. Tuya è la protagonista che regala passione e movimento a tutto il film, la sua forza e la sua fierezza risplendono di fronte ai restanti personaggi maschili: il marito reso invalido dopo aver tentato di scavare un pozzo, l’ex compagno di scuola insicuro e bugiardo, il vicino di casa pasticcione ed affettuoso. Tuya è madre di due bambini, moglie affettuosa, “uomo” coraggioso che si sobbarca lavori faticosissimi dal pascolo delle pecore, al percorrere ben trenta kilometri per il rifornimento dell’acqua. La città è poco lontana dalla sua casa, ma Tuya sembra vivere ancora all’epoca di Gengis Khan, bisogna scavare il pozzo per avere l’acqua, le candele illuminano le stanze, il fuoco riscalda pentoloni ricolmi di calde brodaglie. L’alcool è l’amico dell’uomo in questa terra arida ed avversa, dove l’escursione termica regala un’estate torrida fino a 40 gradi ed un inverno tremendo fino a meno 50. Il carattere forte di Tuya non sorreggerà la sua schiena compromessa dalla fatica che la costringerà a divorziare dall’attuale marito, per cercarne uno che l’aiuti a sopravvivere. Ma la donna si sposerà soltanto con quell’uomo di cuore che vorrà prendersi cura anche dell’ex marito invalido, una figura importante che fa parte di lei, da cui non si può distaccare senza perdere se stessa. Il suo è un sentimento che va al di là dell’amore. Non ci sono inutili fronzoli in questo film, i valori della vita sono messi a nudo con crudele schiettezza.

Per approfondimenti: Il matrimonio di Tuya 


Sadness Filastine

24 Giugno , 2007

Gaza

“La Palestina è come l’araba fenice che si rigenera dalle sue ceneri. La morte sta alle spalle, all’orizzonte ci sono la vita e la libertà, nessun’altra direzione ci ammalia.”
(Alì Rashid)


WiMax

19 Giugno , 2007

WiMax e il diritto alla conoscenza

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Tra poco lo Stato assegnerà le frequenze WiMax. E’ il punto di non ritorno per il libero accesso alla conoscenza. Dopo non si potrà più tornare indietro. Il WiMax è una tecnologia che permette di trasmettere e ricevere segnali senza fili a distanze di decine di chilometri. Elimina l’ultimo miglio e il pedaggio di Telecom Italia. Le comunità locali potranno rendersi indipendenti e collegarsi a Internet.
Se il WiMax finisce in mano agli avvoltoi delle compagnie telefoniche, come ho detto nel mio intervento di Rozzano a Buora e a Ruggiero, verrà trasformato in una me..da ad alto costo. Peggio dell’adsl.
Ogni cittadino dovrebbe avere per nascita il diritto di accesso alla conoscenza.
Esiste una petizione on line che vi invito a firmare per il vostro futuro, per il diritto alla conoscenza e per non essere, almeno una volta, presi per il c..o.
La petizione chiede che almeno 1/3 delle frequenze venga riservato ai cittadini per associazioni senza fini di lucro, come i comuni e gli enti locali, e senza alcuna tassazione diretta o indiretta.
Firmate la petizione su: http://www.petitiononline.com/wmaxfree/

(Fonte: Il blog di Beppe Grillo)


Rahmatullah libero!

19 Giugno , 2007

Rahmat riabbraccia Strada (©PeaceReporter, vieteta la riproduzione)
BUONENUOVE. Rahmatullah Hanefi è di nuovo un uomo libero. Alle 16.00 locali di questo pomeriggio di sole, Rahmatullah è uscito dal portone dell’Investigation Department 17. Occhi stanchissimi, vestito con una shawar kameez bianca. “Salam Rahmat!”.”Come stai?”, chiede Gino Strada, che è andato a prenderlo al carcere. “Sono vivo.” risponde in pashtu.

Poi, in italiano aggiunge “Sto bene”.

“E’ una bellissima giornata, una giornata di festa. Non solo per Rahmat e Emergency, ma anche, credo, per moltissimi afgani e moltissimi italiani”. Queste le prime parole di Gino Strada, fondatore di Emergency.
(Fonte: Peacereporter)


Rahmatullah in volo verso la libertà

17 Giugno , 2007

Ieri è stata una giornata bellissima.
Rahmatullah Hanefi è stato prosciolto da tutte le accuse, si attendono i tempi burocratici di scarcerazione. Rahmat libero
Intanto ha trovato rifugio in un ospedale dove poter curare la sua grave crisi renale.
Questo il comunicato di Emergency:

In relazione a informazioni errate Emergency ribadisce quanto contenuto nel Comunicato stampa inviato alle agenzie dall’organizzazione. In particolare: è stata comunicata all’avvocato di Rahmatullah Hanefi la decisione di dichiarare inconsistenti le accuse contro di lui. La conseguente scarcerazione non ci risulta avvenuta, ma resta subordinata ad ulteriori passaggi burocratici. Le condizioni di salute di Rahmatullah ci risulta siano le stesse dei giorni scorsi: la settimana scorsa era stato colpito da una crisi renale acuta, e ad oggi le sue condizioni continuano a preoccupare. Rahmatullah si trova ora in un ospedale dei servizi di sicurezza, non ovviamente - essendo ancora in custodia - in un ospedale di Emergency. Inoltre, la chiusura della vicenda Hanefi è soltanto una pre-condizione perché Emergency apra con le autorità afgane una discussione sull’eventuale ripresa delle attività. (Fonte Peacereporter)

Mi chiedo chi gli restituirà il tempo perduto, mi chiedo se sarà risarcito del danno subito, mi chiedo quali e quante scuse gli verranno recapitate dal governo Karzai e anche dal nostro, mi chiedo quali gratificazioni riceverà per il suo operato, ma soprattutto mi chiedo se potrà restare ancora nella sua terra, in Afganistan.
Nel frattempo attendo la scarcerazione con il sorriso, a volte basta una notizia come questa per cambiarti la giornata.

Vauro per Rahmat


Brutte nuove per Rahmatullah

10 Giugno , 2007

Afghanistan - 09 GIUGNO 2007
HANEFI IN PERICOLO DI VITA
Grave crisi renale per l’uomo di Emergency. Le autorità gli negano le cure.
Emergency ha ricevuto dall’Afganistan notizie drammatiche su Rahmatullah Hanefi.“Mercoledì – dichiara il vicepresidente dell’Ong,RAHMAT Carlo Grabagnati – anche i carcerieri hanno notato ciò che ai visitatori autorizzati sfuggiva o non interessava: che Rahmat stava male. Lo hanno accompagnato in un ospedale, dove si i medici hanno dichiarato che il suo unico rene appare gravemente compromesso e richiede cure urgenti. Nonostante il parere dei sanitari, i servizi di sicurezza afgani lo hanno ricondotto in carcere, rinchiudendolo in cella di isolamento”.
“Ci sentiamo in dovere di comunicare – prosegue Garbagnati – che sin dall’inizio della vicenda la delicatissima condizione di Rahmat, che ha un solo rene, è stata da noi portata a conoscenza del presidente del Consiglio Romano Prodi e del ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Nessuno di loro ha mai dato segno di essersi interessato a questo aspetto del problema”.Il vicepresidente di Emergency ha poi rivolto un accorato appello: “Rahmatullah si trova in pericolo di vita! Sollecitiamo tutti a fare il possibile per salvarlo”.
Poco confortanti anche le notizie che riguardano l’aspetto legale della faccenda. “Mentre la Farnesina assicura che tutto sta imboccando ‘i binari della legalità’ – dice Garbagnati – da una settimana all’avvocato nominato da Rahmat continua a essere negato l’accesso al fascicolo processuale del suo assistito”. (Fonte: Peacereporter.net)