Joseph Conrad - Cuore di tenebra

24 Novembre , 2007

MAPPAMONDO - Ora, dovete sapere che quand’ero ragazzino avevo una grande passione per le carte geografiche. Per ore e ore contemplavo il Sudamerica, l’Africa, l’Australia, e mi perdevo nelle glorie dell’esplorazione. A quei tempi c’erano ancora molti spazi vuoti sulle carte terrestri, e quando ne vedevo uno che mi pareva particolarmente invitante, ci mettevo il dito sopra e dicevo “da grande andrò lì”.

SCHIAVITU’ - Forme nere stavano accovacciate, sdraiate, sedute in mezzo agli alberi: appoggiate ai tronchi, avvinghiate alla terra, mezzo stagliate mezzo confuse entro quella luce crepuscolare, nei più vari atteggiamenti della sofferenza, dell’accasciamento, della disperazione. [...] Che stessero lentamente morendo, non c’era il minimo dubbio. Costoro non erano nemici, non erano delinquenti, non erano più nulla di terrestre ormai - nient’ltro che nere ombre di malattia e di fame, sparpagliate alla rinfusa in quel barlume verdastro.

MENZOGNA - Voi sapete come io odii e detesti la menzogna, come mi sia insopportabile: non perchè io sia più schietto degli altri mortali, ma semplicemente perchè la menzogna mi atterisce. C’è in essa un tanfo di morte, un alito di corruzione - che è proprio ciò che più odio e detesto al mondo - quel che vorrei dimenticare. Mi sconvolge e mi nausea, come quando mi capita di addentare qualcosa di marcio.

SOGNO - Egli allora non era per me nulla più che una parola. Il nome non mi evocava l’uomo più di quanto lo evochi a voi. Forse che voi lo vedete? Vedete questa vicenda? Vedete qualcosa? Mi sembra di star cercando di raccontarvi un sogno - sforzo inutile, perchè il racconto di un sogno non potrà mai dare la sensazione del sogno: quel miscuglio di ssurdità, sorpresa e sbalordimento in un fremito di rivolta affannosa, quel sentirsi in balìa dell’incredibile, che costituisce la più vera essenza del sogno… No, è impossibile comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita - ciò che ne costituisce la verità, il significato - la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile. Si vie come si sogna: soli…

PASSATO - Su per quel fiume ci si smarriva come in un deserto, e a ogni momento, cercando un canale navigabile, si andava a dar di cozzo contro qualche assifondo, così che alla fine eniva fatto di credersi in preda ad un sotrilegio e tagliati fuori per sempre da tutto ciò che s’era conosciuto un tempo - chissà dove - lontano, lontano - in un’altra esistenza forse. C’erano dei momenti in cui uno rivedeva improvvisamente il proprio passato, come accade talvolta quando non si ha un attimo di tempo da dedicare a sè stessi; ma lo si rivedeva sotto l’aspetto di un sogno agitato e rumoroso, ricordato con stupore frammezzo alle potenti realtà di quel prodigioso mondo di piante, di acque, di silenzio.

CUORE DI TENEBRA - D’improvviso compresi che proprio questo era ciò che avevo aspettato con ansia - parlare con Kurtz. [...] Il punto stava nel fatto che lui era una creatura particolarmente dotata, e che tra le sue doti quella ce sopra tutte dominav, che portava con sè un senso di autentica presenza, era la sua abilià oratoria, erano le sue parole - il dono dell’espressione: stupefacente, illuminante, sublime e infimo, palpitante torrente di luce o ingannevole flusso scaturente dal cuore di una tenebra insondabile.

DEMONI - Ogni cosa gli apparteneva, ma ciò non significava granché. Il punto era sapere a cosa Lui appartenesse, quali tenebrosi poteri lo rivendicassero a sè. Era un riflessione, questa, che vi faceva accapponar la pelle. Lui aveva occupato un seggio eminente tra i demoni della terra - in senso letterale, dico. Voi non potete capirlo. E come potreste? Con un solido selciato sotto i piedi, circondati da vicini cortesi sempre pronti ad applaudirvi o a darvi addosso, protetti e scortati dal macellaio e dal poliziotto, con un sacro terrore dello scandalo, della forca, del manicomio - come potreste immaginarvi in quali regioni delle età primordiali piedi liberi da pastoie possono portare un uomo lungo le vie della solitudine - di una solitudine assoluta - lungo le vie del silenzio - di un silenzio totale…

OCCHI - Rimasi colpito dal fuoco dei suoi occhi e dal composto languore della sua espressione. Non era precisamente lo sfinimento della malattia. Non aveva l’aria di soffrire. Quell’ombra appariva sazia e calma, come se per il momento ne avesse avuto abbastanza di ogno emozione. [...] E poiché ho sbirciato anch’io al di là del bordo, capisco meglio, ora il significato di quel suo sguardo fisso che non riusciva a scorgere la fiamma di una candela ma era tanto vasto da abbracciare l’intero universo, tanto acuo da penetrare in tutti i cuori che pulsano nelle tenebre.

PROMESSA SPOSA - M’era sembrata molto bella - voglio dire che aveva una bellissima espressione. [...] Aveva l’aria di essere pronta ad ascoltare senza riserve mentali, senza sospetti, senza un solo pensiero per se stessa. [...] Lei venne innanzi, tutta vestita di nero, il viso pallido, scivolando verso di me nel crepuscolo. Era ancora in lutto. Più di un anno era passato dalla morte di lui, più di un anno da quando la notizia le ea giunta, ma lei pareva volesse ricordare e portare il lutto per sempre. Mostrava una matura capacità di dedizione, di fede, di sofferenza. Sembrò quasi che la stanza diventasse più buia, come se tutta la triste luce di quella sera nuvolosa si fosse rifugiata sulla sua fronte. [...] i suoi occhi mi fissavano scuri. Il loro sguardo era limpido, fiducioso, fermo.

DONNA SELVAGGIA - …Muoveva una sfarzosa e selvaggia apparizione di donna. Camminava a passi minuti, drappeggiata in tessuti a striscie e frange, calpestando orgogliosa la terra, con un lieve tintinnio e balenio di ornamenti barbarici. Portava eretto il capo [...]oggetti bizzarri, amuleti, doni di stregoni le pendevano dal corpo, oscillando e luccicando ad ogni passo. [...] Era selavggia e superba, ferina e magnifica; il suo deliberato incedere aveva un che di maestoso e sinistro. E nel silenzio che improvvisamente cadde su quella terra dolente, l’immensità selvaggia, il corpo colossale della sua vita feconda e misteriosa pareva guardarla inteta, quasi contemplando l’immagine della propria anima tenebrosa e appassionata. [...] Il suo viso aveva una tragica e fiera espressione di dolore selvaggio e muta sofferenza, e insieme di paura per una qualche risoluzione che le lottava dentro.

EPRESSIONE - Kurtz discorreva. Che voce! Che voce! Sonora e profonda fino all’ultimo. Una voce che sopravviveva alle forze del corpo per celare nelle splendide pieghe dell’eloquenza la tenebrosa aridità del suo cuore. Come lottava quell’uomo, come lottava! I desolati spazi della sua mente esausta erano visitati da immagini evanescenti - immagini di ricchezza e di gloria che roteavano ossequiosamente intorno all’inestingiubilile dono di un’espressione nobile e superba. La mia promessa sposa, la mia stazione, la mia carriera, le mie idee - erano questi gli argomenti che gli davano occasione di manifestare i suoi elevati sentimenti.

MORTE - Non sono andato subito a raggiungere Kurtz. No. Sono rimasto a sognare il mio incubo sino in fondo, e a dimostrare ancora una volta la mia lealtà verso Kurtz. Destino. Il mio destino! Che buffa cosa la vita - questo misterioso concatenarsi di una logica implacabile per uno scopo tanto futile. [...] Ho lottato con la morte. E’ la contesa meno eccitante che si possa immmaginare. Si svolge in un grigiore impalpabile, senza nulla sotto i piedi e nulla intorno, senza spettatori, senza clamore, senza gloria, senza un forte desiderio di vincere ma nemmeno una grande paura di perdere, in un’atmosfera malasana di scetticismo tiepido…

LEI - “Era in lutto. Più di un anno era passato dalla morte i Lui, più di un anno da quando la notizia le era giunta, ma lei pareva volesse ricordare e portare il lutto per sempre…Notai che non era molto giovane - voglio dire, non era più una ragazza. Mostrava una matura capacità di dedizione, di fede di sofferenza. Sembrò quasi che la stanza diventasse più buia, come se tutta la triste luce di quella sera nuvolosa si fosse rifugiata sulla sua fronte…Li vidi entrambi, Lei e Lui, simultaneamente - la morte di Lui, il dolore di Lei - vidi il dolore di Lei nell’atto stesso di vedere la morte di Lui. Capite quel che voglio dire? Li vedevo insieme - li udivo insieme.

CARISMA - ” - Era un uomo notevole, Era impossibile non…- Amarlo - completò Lei con ardore, facendomi ammutolire sgomento. - Ma pensate che nessuno lo conosceva al pari di me. Io godevo della sua nobile confidenza. Lo conoscevo meglio di tutti - E chi non diventava suo amico dopo averlo sentito parlare anche una sola volta? - stava dicendo Lei. - Attirava gli uomini per quello che c’era di meglio in loro - Mi fissò intensamente. - E’ il dono dei grandi - proseguì e il tono sommesso della sua voce pareva giungermi accompagnato da tutti quegli altri suoni, colmi di mistero, di desolazione e di angoscia…il sussurro di una voe che parlava al di là della tenebra eterna.

 

 


Alessandro Baricco - Oceano mare

30 Maggio , 2007

Baricco - Oceano mare

Poi avvicina il pennello al volto della donna, esita un attimo, lo
appoggia alle sue labbra e lentamente lo fa scorrere da un
angolo all’altro della bocca. Le setole si tingono di rosso carminio. Lui le guarda, le immerge appena nell’acqua, e rialza lo sguardo verso il mare. Sulle labbra della donna rimane l’ombra di un sapore che la costringe a pensare “acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare” - ed è un pensiero che dà i brividi. [...] La marea, da quelle parti, sale prima che arrivi il buio. Poco prima. L’acqua circonda l’uomo e il suo cavalletto, se li piglia, adagio ma con precisione, restano lì, l’uno e l’altro, impassibili, come un’isola in miniatura, o un relitto a due teste. Plasson, il pittore. Viene a prenderselo, ogni sera, una barchetta, poco prima del tramonto, che l’acqua gli è già arrivata al cuore.

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo. Ha 38 anni Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle - Ti aspettavo.

Bagno d’onda, lo chiamavano i medici. [...] Solo la scienza può certe cose, questa è la verità. Spazzare secoli di schifo - l’orrendo mare grembo di corruzione e morte - e inventare quell’idillio che a poco a poco si diffonde su tutte le spiagge del mondo. Guarigioni come amori.

[...] basta un pò di sensibilità per capire che qualsiasi angolo cieco è un agguato possibile, e due strade che si incorcaino una violenza geometrica e perfetta, sufficiente a spaventare chiunque sia seriamente in possesso di un vera sensiblità e tanto più lei, che non possedeva propriamente un animo sensibile ma, per dirla con termini esatti, era posseduta da una sensibilità d’animo incontrollabile, esplosa per sempre in chissà quale momento della sua vita segreta - vita da nulla, piccola com’era - e poi risalita al cuore per vie invisibili, e agli occhi, e alle mani e a tutto, come una malattia, che una malattia non era, ma qualcosa di meno, se ha un nome dev’essere leggerissimo, lo dici e già è sparito. [...] Se lo guardi non te ne accorgi: di quanto rumore faccia. Ma nel buio…tutto qull’infinito diventa solo fragore, muro di suono, urlo assillante e cieco. Non lo spegni, il mare, quando brucia nella notte. Elisewin si sentì scoppiare nella testa una bolla di vuoto. La conosceva bene quella segreta esplosione, invisibile dolore irracontabile. Ma conoscerla non serviva niente. Niente. Se la stava pigliando, il male subdolo, strisciante - patrigno osceno. Si stava riprendendo quel che era suo. Non era tanto quel freddo che le filtrava da dentro, e nemmeno il cuore, impazzito, o il sudore dappertutto, gelido, o il tremore delle mani. Il peggio era quella sensazione di sparire, di uscire dalla propria testa, di essere soltanto indistinto panico e sussulti di paura. Pensieri come brandelli di ribellione - brividi - il volto irrigidito in un smorfia per riuscire a tenere gli occhi chiusi - per riuscire a non guadare il buio, orrore senza scampo. Una guerra.

[...] dicevano, si chiamava Adams. Alto, robusto, capelli lunghi fino alle spalle, pelle bruciata dal sole. Avrebbe potuto sembrare un marinaio come tanti. Ma per tenerlo in piedi dovevano sorreggerlo, non era in grado di camminare. Una disgustosa ferita ulcerosa gli segnava il collo. Stava assurdamente immobile, come paralizzato, assente. L’unica cosa che alludesse a qualche rimasuglio di coscienza era lo sguardo. Sembrava lo sguardo di un animale in agonia. Dissero che lo avevano trovato in un villaggio nel cuore dell’Africa. C’erano altri bianchi, laggiù: schiavi. [...[ si chiama Adams, ma avuto mille nomi, e uno, una volta, l'ha incontrato che si chiamava Ra Me Nivar, che nella lingua del posto voleva dire l'uomo che vola, e un'altra volta, sulle coste africane / nella città dei morti, dove nessuno osava entrare, perchè c'era una maledizione, da secoli, che faceva esplodere gli occhi a tutti quelli che [...]. In qualsiasi mondo fosse andato a rifugiare la sua mente, là lo sarebbe andato a prendere. E lo avrebbe portato indietro. Non voleva salvarlo. Non era esattamente così. Voleva salvare le storie che erano nascoste in lui. [...] Sapeva che Adams era un uomo disfatto dalla sua stessa vita. Immaginava la sua anima come un quieto villaggio saccheggiato e disperso dall’invasione selavaggia di una vertiginosa quantità di immagini, sensazioni, odori, suoni, dolori, parole. La morte che simulava, a vederlo, era il risultato paradossale di una città esplosa. Un caos irrefrenabile era ciò che crepitava sotto il suo mutismo e la sua immobilità. [..] Un uomo seduto al tavolo, una pipa spenta in mano. Adams. Nessuno sa quando è arrivato lì. Magari è lì da un attimo, magari è lì da sempre. [...] Tutti rimangono immobili ma Elisewin si alza e gli si avvicina.
- Si intitola Preghiera di un uomo che non vuole dire il suo nome. Ma con dolcezza, lo dice con dolcezza. [...]
Padre Pluche crede che voi siate un dottore.
Adams sorride. - Solo ogni tanto.
- Ma io dico che siete un marinaio. [...]
- Solo ogni tanto.
- E qui, oggi, cosa siete?
Scuote la testa, Adams. Solo uno che aspetta.
Elisewin è in piedi, davanti a lui. Ha una domanda esatta e semplicissima, in mente: - Cosa aspettate? Soltanto due parole.
Ma non riesce a dirle perchè un attimo prima sente nella testa una voce mormorare: Non chiedermelo, Elisewn. Non chiedermelo, ti prego.