Totò favorisca

20 Gennaio , 2008

PALERMO (Reuters) - I giudici del Tribunale di Palermo hanno condannato a cinque anni di reclusione per favoreggiamento semplice il presidente della regione Sicilia Salvatore Cuffaro nel processo sulla presunta infiltrazione di alcune “talpe” nella Direzione distrettuale antimafia (Dda) del capoluogo siciliano.

Cuffaro, presente in aula, è stato condannato per i reati di favoreggiamento semplice, senza dunque l’aggravante della mafia, e per violazione del segreto istruttorio, secondo il dispositivo della sentenza letto in aula dal presidente della III sezione penale del Tribunale Vittorio Alcamo.

Lo scorso 15 ottobre, la procura palermitana aveva chiesto otto anni di reclusione per Cuffaro, che ha sempre respinto ogni addebito. La sentenza, più mite proprio per il venir meno dell’aggravante per mafia, è arrivata dopo 56 ore di camera di consiglio.

Cuffaro è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici ma, ha spiegato un legale del suo collegio difensivo, l’interdizione scatta solo quando una sentenza di condanna passa in giudicato.

Il governatore ha subito annunciato il ricorso in appello contro la sentenza e ha precisato ai giornalisti che non si dimetterà, dicendosi pronto a tornare domattina al suo lavoro.

“Sono molto confortato da questa sentenza — ha detto Cuffaro — perché ho sempre saputo di non avere favorito la mafia e questa sentenza me ne dà atto”.

“Sapete tutti, l’ho detto da un anno che mi sarei dimesso soltanto se ci fosse stata l’aggravante … Da domani mattina ricomincerò a lavorare per la Sicilia perché il governo (siciliano) non può ancora restare in questo stato di impasse”, ha aggiunto il governatore siciliano.

Oltre a Cuffaro sono stati condannati anche gli altri 13 imputati nel processo, con pene che vanno dai 14 anni per l’imprenditore Michele Aiello, accusato di associazione mafiosa e truffa nel campo sanitario, ai sei mesi per Antonella Buttitta, ex assistente di un pm accusata di concorso nella rivelazione di segreti d’ufficio e violazione delle reti informatiche.

150 UDIENZE

Il processo, iniziato nel 2005 e durato poco meno di tre anni, ha visto svolgersi 150 udienze e l’impiego di oltre 200 testimoni di accusa e difesa, per un totale di circa 200.000 pagine di verbali.

A Cuffaro la procura contesta il reato di violazione del segreto istruttorio accusandolo di aver fatto sapere attraverso un suo amico, Domenico Miceli, al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro che nella sua abitazione erano state installate delle microspie da parte dei carabinieri.

La procura sostiene anche che Cuffaro si sarebbe incontrato nel retrobottega di un negozio di Bagheria con Michele Aiello, ritenuto dalla procura un prestanome del boss Bernardo Provenzano.

La versione di Cuffaro è che l’incontro con Aiello riguardava una discussione sul tariffario regionale, in quanto Aiello all’epoca era proprietario della clinica “Villa Santa Teresa” di Bagheria, una delle strutture all’avanguardia per la cura dei tumori.

In questi giorni Cuffaro è anche al centro della vicenda delle nomine dei vertici del Banco di Sicilia, controllata al 100% da Unicredit.

Ai primi di gennaio il cda di Banco di Sicilia, riunitosi sotto la presidenza di Salvatore Mancuso e alla presenza dei soli rappresentati siciliani più l’amministratore delegato Beniamino Anselmi, aveva nominato Giuseppe Lopes direttore generale, nomina che si sovrapponeva a quella indicata da UniCredit di Roberto Bertola.

Martedì scorso UniCredit ha raggiunto un accordo con la Regione Sicilia e la Fondazione BdS sul futuro della banca siciliana: l’accordo prevede tra l’altro che venga riscritta la convenzione tra UniCredit e la Regione Sicilia che manterrà la facoltà di indicare propri rappresentanti nel cda del Banco di Sicilia.

Una sentenza passa in giudicato soltanto scaduti i termini per appellare o per ricorrere in Cassazione e diventa immediatamente esecutiva se la pena supera i tre anni di reclusione.
Non so se Cuffaro abbia chiesto di essere giudicato con rito abbreviato (e quindi con una riduzione di un terzo di pena) ma comunque gli è stata inflitta una condanna molto alta. L’art. 378 così recita:
Art. 378 Favoreggiamento personale
Chiunque, dopo che fu commesso un delitto per il quale la legge stabilisce la pena di morte (1)o l’ergastolo o la reclusione, e fuori dei casi di concorso nel medesimo, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell’Autorita’, o a sottrarsi alle ricerche di questa, e’ punito con la reclusione fino a quattro anni.
Quando il delitto commesso e’ quello previsto dall’articolo 416 bis, si applica, in ogni caso, la pena della reclusione non inferiore a due anni (2) .
Se si tratta di delitti per i quali la legge stabilisce una pena diversa, ovvero di contravvenzioni, la pena e’ della multa fino a lire un milione.
Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando la persona aiutata non e’ imputabile o risulta che non ha commesso il delitto.

La pena edittale è dunque fino a quattro anni, sarebbe interessante poter leggere la sentenza e verificare come i giudici abbiano deciso per una condanna di cinque anni di reclusione, che comprende comunque anche la violazione di segreto istruttorio. E’ ovvio che non c’è nulla di cui festeggiare, anche perchè è stato provato che Cuffaro favorì i singoli esponenti di “cosa nostra” ma non direttamente l’organizzazione mafiosa.
Chiunque con un pizzico di coscienza si sarebbe dimesso e vergognato, ma a quanto pare delegittimare la giusizia è diventata l’unica vera occupazione della casta politica.


007 operazione Toga sospetta

4 Luglio , 2007

Gian Carlo CaselliGiancarlo Caselli, Gherardo Colombo, Edmondo Bruti Liberati, Gioacchino Natoli, Ilda Boccassini, Felice Casson, Giovanni Salvi, Antonio Ingroia, Gerardo D’Ambrosio, Francesco Saverio Borrelli.

Sono solo alcuni dei giudici che sono stati spiati. Quasi l’intera procura di Milano, 10 tra consiglieri in carica ed ex del Csm, due ex presidenti dell’Anm e 203 giudici di 12 Paesi europei (di cui 47 italiani).

A farlo non sono stati i servizi segreti deviati, non è stata l’opera di qualche pazzo, di qualche magnate, di una loggia massonica sovversiva. A spiare la magistratura è stato il Sismi, potere esecutivo dello Stato contro quello giudiziario. A tirare le fila uomini politici, per un’attività che si è protratta in modo capillare e continuativo, fino al settembre 2003 e in modo saltuario fino al maggio 2006. Vecchio governo Berlusconi e chissà quale altro accordo con il nuovo.

Lo scopo era quello di “intimidire” e “far perdere credibilità” ai magistrati. Inoltre “sono stati posti in essere dal Sismi specifici interventi tesi a ostacolare e contrastare l’attività professionale o politico culturale dei magistrati e delle loro associazioni”: questo il grave giudizio emerso oggi dal Consiglio Superiore della Magistratura dopo la scoperta dell’archivio segreto a Roma.

L’ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, e l’ex funzionario del servizio segreto, Pio Pompa, sono attualmente indagati dalla procura di Roma. I reati contestati per entrambi sono peculato e possesso abusivo di informazioni riservate.

I due poteri, legislativo ed esecutivo, contro quello giudiziario. Non credo che i costitituenti intendessero questo quando hanno statuito la separazione dei poteri.

Gian Carlo Caselli non si sarà stupito più di tanto visto che in passato è già stato oggetto di leggi contra personam. Lui sì che è un vero “magistrato fuori legge”!

Il potere giudiziario fa rispettare la legge, il potere giudiziario conserva un senso dello stato e della democrazia, il potere giudiziario difende la costituzione, il potere giudiziario sta diventando sempre più scomodo ed obsoleto. Non c’è posto per loro nel Grande Inciucio dei Partitoni Magna-Magna.