Uomini-tonno: involuzione marina

31 Maggio , 2007

Uomini tonno

IN QUESTA GABBIA PER TONNI E’ FINITA LA NOSTRA UMANITA’

FRANCESCO MERLO
29-05-2007

Ingrandite la figura di uno di questi 27 naufraghi aggrappati, con i piedi più ancora che con le mani, sul bordo di una gabbia di tonni, largo appena 35 centimetri. Sgranate e deformate, sino a indovinare il viso e le espressioni, la foto degli uomini-tonno o, se preferite, dei ragazzi-sughero che si lasciano galleggiare tenendosi in equilibrio sulla nassa: per un momento potrebbe persino sembrare che sorridano.Più verosimilmente gli uomini-tonno mostrano i denti. E guardate la mano alzata a segnalare la fretta, una fretta che non finisce mai. E poi chiedetevi com´è possibile che tutti insieme, che tutto l´insieme non abbia impietosito le barche di passaggio, com´è potuto accadere che tanti, troppi pescherecci abbiano fatto finta di non vedere questa scenografia di morte, questa camera ardente sull´acqua, o che davvero li abbiano guardati come fossero tonni tra i tonni. Agitandosi molto meno, 27 autostoppisti all´autogrill avrebbero guadagnato anche l´attenzione dei più distratti e dei più indaffarati. Cattivi marinai? Sadici filibustieri? No. La logica è quella terrestre dell´indifferenza, quella stessa di chi volta la testa dall´altra parte davanti a uno stupro, di chi non soccorre i feriti sull´autostrada… E però in questa foto c´è di peggio. Non si vede, ma la gabbia per tonni è ovviamente legata a un peschereccio: il Budafel. E speriamo, se il decoro non è diventato retorica, che Budafel diventi sinonimo di vergogna. Inutilmente infatti - e questo nella foto si vede - gli uomini-tonno implorano uno “strappo” sino a terra, uno “strappo” che vale le loro vite. Ma il capitano del Budafel non ha alcuna intenzione di portarli a terra per la seguente ragione che egli stesso ha poi spiegato all´Indipendent: «Non potevo correre il rischio di perdere il mio carico». Come avrebbe potuto sacrificare un prezioso carico di tonni-tonni, «almeno un milione di dollari», per un carico di tonni-uomini, almeno un milione di guai? Insomma non stupisce che stia già diventando una delle immagini emblematiche del secolo la foto di questi 27 uomini-tonno che sono stati lasciati lì, per tre giorni e tre notti, a galleggiare in acque libiche. E vale la pena di sottolineare, per una volta con orgoglio, che sono stati gli italiani a salvare i naufraghi mentre i maltesi chiedevano l´intervento dei libici, i quali a loro volta imprecavano contro i maltesi. Di sicuro nessun obbligo di legge e nessun diritto internazionale imponevano alla Marina italiana di mandare la sua Orione che, in acque non troppo lontane, stava cercando un´altra barca di disperati. Ma si sa che l´Italia ha, nei rapporti internazionali, un modo di presentarsi che esclude la durezza. Quella famosa idea che siamo tutti figli di mamma e che la vita vale più dei regolamenti, delle opportunità politiche, e anche dei confini e della ragion di Stato, quella idea italiana che è stata spesso, e a ragione, considerata come un segno di debolezza, forse sta ora diventando un segno di modernità. E lo diciamo pensando anche all´Afghanistan e alle polemiche sul prezzo dei riscatti. Forse, mostrarsi deboli e fragili oggi significa mostrarsi evoluti. La Marina italiana ha dunque fatto prevalere i sentimenti elementari pur sapendo che i nostri centri sono allo stremo, e che persino un paradiso vacanziero come Lampedusa è oggi diventato simbolo di ingestibile e invivibile “accoglienza”. Ma soprattutto la foto ci parla del Mediterraneo, di quel che è diventato il mare delle nostre canzonette d´amore, il mare che pure ha visto e superato ogni genere di ferocia, che è stato solcato da imprenditori violenti e da razziatori di ricchezza, ha conosciuto ogni tipo di boat people, antico e moderno, dai settemila Cavalieri di Gerusalemme che, cacciati da tutti i porti, errarono dal 1522 al 1530, alla famosa Exodus con a bordo 4515 profughi ebrei scampati ai campi di concentramento. Ricordate il film con Paul Newman? Arrivata nel porto di Haifa la Exodus fu speronata e rimandata indietro dai cacciatorpediniere inglesi che fecero anche parecchie vittime. Insomma sembrava che tutto fosse già accaduto nel Mediterraneo, diventato caldo come un caffè e accogliente come un convento. Ed ecco invece le barche dei disperati, ecco gli uomini-tonno. Davvero mai era successo che gli uomini in surplus demografico venissero trattati come spazzatura, costretti a farsi sugheri e a galleggiare attaccati alle nasse. Eppure altrove il mare, come per esempio in Giappone, benché sia naturalmente più ostile, non è il luogo dove la terra si svuota degli uomini in eccesso ma il luogo dove la terra si espande, dove si costruiscono aeroporti e intere città palafitticole, il mare insomma che si sostituisce al terri-torio diventando mari-torio. Quella foto ci spiega invece che non solo il nostro Mediterraneo non sta diventando un maritorio ma che è la bocca di un vulcano, è un campo di concentramento con soluzione finale, è il mare del “navi frango”, il mare dove si è franta la vecchia e gloriosa nave della nostra umanità. Pensate a un milione di dollari. In quella gabbia c´erano tonni per un milione di dollari. Voi chi buttereste a mare: il tonno o il naufrago? Come vedete, sembra tornare in vita, proprio nel cuore del Mediterraneo, la vecchia figura del negriero. Pare quasi di rivedere la caricatura brechtiana dell´imprenditore, quello delle vignette bolsceviche: ci si liberava di lui con la scopa della rivoluzione. Ebbene, se sulla terra non è più quella la logica del mercato, la foto ci racconta che il nobile Mediterraneo è di nuovo infestato da quei miserabili.


Alessandro Baricco - Oceano mare

30 Maggio , 2007

Baricco - Oceano mare

Poi avvicina il pennello al volto della donna, esita un attimo, lo
appoggia alle sue labbra e lentamente lo fa scorrere da un
angolo all’altro della bocca. Le setole si tingono di rosso carminio. Lui le guarda, le immerge appena nell’acqua, e rialza lo sguardo verso il mare. Sulle labbra della donna rimane l’ombra di un sapore che la costringe a pensare “acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare” - ed è un pensiero che dà i brividi. [...] La marea, da quelle parti, sale prima che arrivi il buio. Poco prima. L’acqua circonda l’uomo e il suo cavalletto, se li piglia, adagio ma con precisione, restano lì, l’uno e l’altro, impassibili, come un’isola in miniatura, o un relitto a due teste. Plasson, il pittore. Viene a prenderselo, ogni sera, una barchetta, poco prima del tramonto, che l’acqua gli è già arrivata al cuore.

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo. Ha 38 anni Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle - Ti aspettavo.

Bagno d’onda, lo chiamavano i medici. [...] Solo la scienza può certe cose, questa è la verità. Spazzare secoli di schifo - l’orrendo mare grembo di corruzione e morte - e inventare quell’idillio che a poco a poco si diffonde su tutte le spiagge del mondo. Guarigioni come amori.

[...] basta un pò di sensibilità per capire che qualsiasi angolo cieco è un agguato possibile, e due strade che si incorcaino una violenza geometrica e perfetta, sufficiente a spaventare chiunque sia seriamente in possesso di un vera sensiblità e tanto più lei, che non possedeva propriamente un animo sensibile ma, per dirla con termini esatti, era posseduta da una sensibilità d’animo incontrollabile, esplosa per sempre in chissà quale momento della sua vita segreta - vita da nulla, piccola com’era - e poi risalita al cuore per vie invisibili, e agli occhi, e alle mani e a tutto, come una malattia, che una malattia non era, ma qualcosa di meno, se ha un nome dev’essere leggerissimo, lo dici e già è sparito. [...] Se lo guardi non te ne accorgi: di quanto rumore faccia. Ma nel buio…tutto qull’infinito diventa solo fragore, muro di suono, urlo assillante e cieco. Non lo spegni, il mare, quando brucia nella notte. Elisewin si sentì scoppiare nella testa una bolla di vuoto. La conosceva bene quella segreta esplosione, invisibile dolore irracontabile. Ma conoscerla non serviva niente. Niente. Se la stava pigliando, il male subdolo, strisciante - patrigno osceno. Si stava riprendendo quel che era suo. Non era tanto quel freddo che le filtrava da dentro, e nemmeno il cuore, impazzito, o il sudore dappertutto, gelido, o il tremore delle mani. Il peggio era quella sensazione di sparire, di uscire dalla propria testa, di essere soltanto indistinto panico e sussulti di paura. Pensieri come brandelli di ribellione - brividi - il volto irrigidito in un smorfia per riuscire a tenere gli occhi chiusi - per riuscire a non guadare il buio, orrore senza scampo. Una guerra.

[...] dicevano, si chiamava Adams. Alto, robusto, capelli lunghi fino alle spalle, pelle bruciata dal sole. Avrebbe potuto sembrare un marinaio come tanti. Ma per tenerlo in piedi dovevano sorreggerlo, non era in grado di camminare. Una disgustosa ferita ulcerosa gli segnava il collo. Stava assurdamente immobile, come paralizzato, assente. L’unica cosa che alludesse a qualche rimasuglio di coscienza era lo sguardo. Sembrava lo sguardo di un animale in agonia. Dissero che lo avevano trovato in un villaggio nel cuore dell’Africa. C’erano altri bianchi, laggiù: schiavi. [...[ si chiama Adams, ma avuto mille nomi, e uno, una volta, l'ha incontrato che si chiamava Ra Me Nivar, che nella lingua del posto voleva dire l'uomo che vola, e un'altra volta, sulle coste africane / nella città dei morti, dove nessuno osava entrare, perchè c'era una maledizione, da secoli, che faceva esplodere gli occhi a tutti quelli che [...]. In qualsiasi mondo fosse andato a rifugiare la sua mente, là lo sarebbe andato a prendere. E lo avrebbe portato indietro. Non voleva salvarlo. Non era esattamente così. Voleva salvare le storie che erano nascoste in lui. [...] Sapeva che Adams era un uomo disfatto dalla sua stessa vita. Immaginava la sua anima come un quieto villaggio saccheggiato e disperso dall’invasione selavaggia di una vertiginosa quantità di immagini, sensazioni, odori, suoni, dolori, parole. La morte che simulava, a vederlo, era il risultato paradossale di una città esplosa. Un caos irrefrenabile era ciò che crepitava sotto il suo mutismo e la sua immobilità. [..] Un uomo seduto al tavolo, una pipa spenta in mano. Adams. Nessuno sa quando è arrivato lì. Magari è lì da un attimo, magari è lì da sempre. [...] Tutti rimangono immobili ma Elisewin si alza e gli si avvicina.
- Si intitola Preghiera di un uomo che non vuole dire il suo nome. Ma con dolcezza, lo dice con dolcezza. [...]
Padre Pluche crede che voi siate un dottore.
Adams sorride. - Solo ogni tanto.
- Ma io dico che siete un marinaio. [...]
- Solo ogni tanto.
- E qui, oggi, cosa siete?
Scuote la testa, Adams. Solo uno che aspetta.
Elisewin è in piedi, davanti a lui. Ha una domanda esatta e semplicissima, in mente: - Cosa aspettate? Soltanto due parole.
Ma non riesce a dirle perchè un attimo prima sente nella testa una voce mormorare: Non chiedermelo, Elisewn. Non chiedermelo, ti prego.


Rahmatullah è ancora detenuto

25 Maggio , 2007

La Costituzione afgana stabilisce che l’arrestato ha diritto a un difensore, ad essere informato dell’accusa mossagli e ad essere portato davanti al giudice nei limiti stabiliti dalla legge.Il codice di procedura penale stabilisce che l’arrestato deve essere interrogato in termini assai brevi, e liberato se non è formalmente accusato davanti al giudice entro, al massimo, trenta giorni. Rahmat

Il procuratore generale dello Stato afgano, Abdul Jabar Sabet, ha dichiarato al Corriere della Sera che Nessuno può essere arrestato senza accusa. E il fermo di polizia termina al massimo dopo 72 ore. Chiunque ha diritto ad un avvocato, subito dopo l’arresto. In presenza di un avvocato il fermo può essere prolungato di 15 giorni e raddoppiato sino a 30 per concedere il tempo di conclusione delle indagini. Ma, se per allora non è stata notificata un’accusa precisa alla procura, il prigioniero va comunque rilasciato, aggiungendo però che, per via della guerra, per combattere terroristi e talebani “in parallelo alle procedure normali esistono delle leggi segrete per combattere chi attenta alla sicurezza dello Stato“; leggi che aggiunge di non conoscere nemmeno lui: “Non so come, in quali circostanze e quando vengano applicate. Posso dire che Hanefi non rappresenta un caso isolato“.
Il prolungarsi della detenzione di Rahmatullah Hanefi, in spregio ai diritti universali e alla più elementare dignità umana, avviene in palese violazione della Costituzione afgana. Questa esiziale ferita inferta alle norme giuridiche pretende legittimità sulla base di fantomatiche leggi segrete ignote persino alla più alta autorità dell’organo del pubblico ministero afgano. Come nei più tetri sistemi totalitari si stanno perpetrando clamorose violazioni dei principi di legge.
La decisione di arrestare il funzionario di Emergency nelle ultime settimane è stata concertata con un’aggressione all’organizzazione umanitaria costretta a prendere la dolorosa decisione di abbandonare l’Afganistan non potendo più garantire la sicurezza del proprio personale e quindi la salute e la vita dei pazienti.

L’attuale sistema giuridico afgano è stato costruito con la collaborazione e l’importante sostegno finanziario per cinquanta milioni di dollari dell’Italia.

È questa la democrazia che contribuiamo ad esportare?
È per questo che siamo da sei anni in Afganistan?
È per consentire la perversione della giustizia che spendiamo i soldi dei nostri cittadini?
Chiediamo con forza l’immediata liberazione di Rahmatullah Hanefi, affermiamo che in queste condizioni l’idea stessa dell’istruzione di un processo sarebbe una tragica truffa.
Chiediamo che l’Afganistan ristabilisca immediatamente il rispetto delle sue stesse leggi.
Chiediamo che l’Italia, per non tradire lo sforzo compiuto per la creazione di quelle leggi, chieda con forza l’immediata liberazione di Hanefi, sequestrato per avere svolto la funzione di mediatore nell’interesse del governo italiano.
Chiediamo che Emergency possa riprendere subito la sua attività portatrice di vita e di giustizia, come ambasciatrice del meglio della cultura e dello spirito del nostro paese.

Hanno aderito all’appello:

Moni Ovadia
Gherardo Colombo
Claudio Magris
Margherita Hack
Ermanno Olmi
Umberto Galimberti
Luciano Canfora
Enzo Biagi
Massimo Cacciari
Vittorio Gregotti
Claudio Abbado
Danilo Zolo
Arnaldo Pomodoro
Marco Revelli
Erri De Luca
Edoardo Sanguineti
Gae Aulenti
Tina Anselmi
Alessandro Portelli
Guido Martinotti
Fabio Vacchi
Anna Nogara
Paolo Rossi
Gianni Minà
Bruno Segre
Emanuele Segre
Silvestro Montanaro
Beppe Grillo
Ascanio Celestini
Francesca Floriani
don Gino Rigodi
Mimmo Jodice
Giuseppe Liverani
Loris Mazzetti
Bice Biagi
Massimo Vitta Zelman
Daniele Mastrogiacomo
Gabriele Mazzotta
Dacia Maraini
Mario Dondero
Giorgina Venosta
Rosellina Archinto
Andrea Camilleri
Dario Fo
Franca Rame
Giulio Giorello
Eva Cantarella
Carlo Feltrinelli
Furio Colombo
Lella Costa
Gad Lerner
Enrico Deaglio
Fabio Fazio
Michele Serra
Marco Paolini
don Luigi Ciotti
Alessandro Baricco
Maurizio Costanzo

(Fonte: Peacereporter.net)
Vauro Rahmat


Capaci di ricordare

23 Maggio , 2007

Nave della legalità

Strage di Capaci: 15° anniversario. E’ arrivata a Palermo stamane alle 8 la Nave della Legalità con a bordo circa 1300 persone, tra insegnanti e studenti, provenienti da 350 diversi istituti d’Italia. La commemorazione è organizzata dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, il ricco programma si svolge per lo più nell’aula “bunker” nata per il famoso maxi-processo contro la mafia e si conlude con un concerto in piazza Politeama, al quale parteciperanno, tra gli altri, Carmen Consoli e Daniele Silvestri.

Ricordiamo in silenzio:
Giovanni Falcone
Francesca Morvillo
Vito Schifani
Rocco Di Cillo
Antonio Montinaro

Erano le 17,58 del 23 maggio 1992, solo un secondo per renderci Incapaci di intendere.

Ricordare quel giorno è ricordare che “si muore generalmente perché si è soli o perché si entrati in un gioco troppo grande. Si muore perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.”

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un’inizio e avrà anche una fine” (Giovanni Falcone).

Fabrizio Moro - Pensa
Ci sono stati uomini che hanno scritto pagine
Appunti di una vita dal valore inestimabile
Insostituibili perché hanno denunciato
il più corrotto dei sistemi troppo spesso ignorato
Uomini o angeli mandati sulla terra per combattere una guerra
di faide e di famiglie sparse come tante biglie
su un isola di sangue che fra tante meraviglie
fra limoni e fra conchiglie… massacra figli e figlie
di una generazione costretta a non guardare
a parlare a bassa voce a spegnere la luce
a commententare in pace ogni pallottola nell’aria
ogni cadavere in un fosso
Ci sono stati uomini che passo dopo passo
hanno lasciato un segno con coraggio e con impegno
con dedizione contro un’istituzione organizzata
cosa nostra… cosa vostra… cos’è vostro?
è nostra… la libertà di dire
che gli occhi sono fatti per guardare
La bocca per parlare le orecchie ascoltano…
Non solo musica non solo musica
La testa si gira e aggiusta la mira ragiona
A volte condanna a volte perdona
Semplicemente
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Ci sono stati uomini che sono morti giovani
Ma consapevoli che le loro idee
Sarebbero rimaste nei secoli come parole iperbole
Intatte e reali come piccoli miracoli
Idee di uguaglianza idee di educazione
Contro ogni uomo che eserciti oppressione
Contro ogni suo simile contro chi è più debole
Contro chi sotterra la coscienza nel cemento
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Ci sono stati uomini che hanno continuato
Nonostante intorno fosse [tutto bruciato
Perché in fondo questa vita non ha significato
Se hai paura di una bomba o di un fucile puntato
Gli uomini passano e passa una canzone
Ma nessuno potrà fermare mai la convinzione
Che la giustizia no… non è solo un’illusione
Pensa prima di sparare
Pensa prima dì dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Pensa.

Giovanni Falcone


Paolo Sorrentino - L’amico di famiglia

22 Maggio , 2007

L'amico di famiglia

Consigliato ed assaporato, questo film è una commedia noir ricca di contrasti dal fiato sospeso.

Uscito nelle sale nel novembre 2006, L’amico di famiglia ruota sul contrasto del bello e del brutto che si scontrano e si miscelano per poi invertirsi i ruoli. Il brutto Geremia, interpretato dal bravissimo Giacomo Rizzo, è un usuraio dall’apparente attività di sarto, che s’insinua nelle vite dei malcapitati diventando un ambiguo “amico”, inseparabile nell’esistenza di quest’ultimi, legato da un patto di sangue suggellato dal denaro. La bella Rosalba, interpretata dall’affascinante Laura Chiatti, è una ragazza intelligente e determinata, nel fiore della vita, con un matrimonio alle porte ed un padre che farebbe di tutto per lei, proiettando sè stesso. Il brutto avaro sarà disposto a perdere il denaro per l’amore di lei, la bella ambiziosa sarà disposta a vendere l’anima per il denaro. La bassezza e l’umiliazione sfiorano livelli sublimi. I personaggi sono estremamente caratterizzati, la poesia delle immagini è accompagnata dai colori di un’attenta fotografia, l’incalzante montaggio si dimena in una musica elettronica che non è solo sottofondo. Paradiso ed Inferno.

Attendiamo con trepidazione Divo, il nuovo film del giovane regista in uscita nel 2008, sull’enigmativa vicenda del senatore a vita Giulio Andreotti, soprannominato dalla stampa “Divo Giulio”, prendendo spunto da Giulio Cesare. La storia si svilupperà dalla fine del settimo governo Andreotti fino alla sentenza della Corte di Cassazione che lo condannò ad associazione a delinquere “semplice”, poiché quella aggravata di stampo mafioso (416 bis) fu introdotta nel codice penale soltanto nel 1982, con la legge Rognoni-La Torre. La Cassazione confermò la sentenza di Appello e la concreta collaborazione con la Mafia fino al 1980, ma il reato era già caduto in prescrizione.

Per approfondimenti: L’amico di famiglia


Silenzio, si mafia

17 Maggio , 2007

Due giorni fa la Corte d’appello di Milano ha confermato la condanna di Marcello Dell’Utri e del boss mafioso Vincenzo Virga a 2 anni di reclusione per tentata estorsione aggravata ai danni dell’imprenditore Vincenzo Garraffa. Nessun telegiornale ha dato la notizia. Così come nessun quotidiano, a parte un paio di trafiletti sul Corriere e su l’Unità. Il che è comprensibile: visti i suoi rapporti con la mafia, Dell’Utri fa paura. E i giornalisti italiani, come pure i loro editori, tengono famiglia. Si sarebbero scatenati con fior di articoli, commenti e interviste se fosse stato assolto, come la settimana scorsa quando la stessa Corte ha dichiarato innocente Berlusconi per la tangente che, con i suoi soldi, il suo avvocato pagò a un giudice.

Ecco: per sapere che Dell’Utri è sotto processo per estorsione, bisogna sperare che lo assolvano. Se lo condannano, nessuno ne parla e nessuno lo sa. Ma forse è meglio così: stiamo parlando del braccio destro di Berlusconi, ideatore di Forza Italia, senatore della Repubblica, membro del Consiglio d’Europa, già condannato in via definitiva a 2 anni per false fatture e a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Per molto meno si sciolgono i consigli comunali, qui bisognerebbe sciogliere il Parlamento. La tentata estorsione riguarda un fatto del 1992, quando Publitalia intermediò una sponsorizzazione della Heinecken sulle magliette della Pallacanestro Trapani per 1,5 miliardi di lire.

Ricevuto il denaro, il presidente del club Vincenzo Garraffa (medico e senatore del Pri) si vide chiedere indietro da Publitalia 750 milioni, cioè metà dell’incasso, ovviamente in nero. Rispose di non avere fondi neri e chiese la fattura. Niet. A quel punto - l’ha denunciato lui stesso ai giudici - Dell’utri lo minacciò: «Le consiglio di ripensarci, abbiamo uomini e mezzi che possono convincerla a cambiare opinione». Di lì a poco, invitato al “Maurizio Costanzo Show” con tutta la squadra, ricevette la disdetta senz’alcuna spiegazione. Poi, un bel mattino, al pronto soccorso dove lavorava, andò a trovarlo Vincenzo Virga, capomafia di Trapani: gli disse di essere lì per quel «debito» con gli «amici» milanesi. Garraffa resistette e denunciò tutto alla Procura di Palermo, che trasmise il fascicolo a Milano. Di lì il processo e la doppia condanna che, se confermata in Cassazione, si aggiungerebbe a quella definitiva per false fatture, porterebbe il totale a 4 anni e Dell’Utri in carcere (l’indulto, almeno per i reati con aggravante mafiosa, non dovrebbe scattare). Una notizia gravissima e importantissima. Invece, silenzio.

Onde evitare che qualche giornale, magari per sbaglio, ne parlasse, l’Ansa l’ha nascosta sotto un titolo depistante: «Sponsorizzazioni: confermata in appello condanna Dell’Utri». Come se il pover’ uomo fosse stato condannato perché sponsorizzava. Il testo, poi, è ancor meglio del titolo: «Dell’Utri era accusato, insieme a Vincenzo Virga, di tentata estorsione, in relazione alle modalità di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani…». Roba da bocciatura immediata all’asilo del giornalismo: non si dice che Vincenzo Virga è un capomafia arrestato dopo lunga latitanza per vari omicidi; e si fa credere che il processo riguardi «le modalità di sponsorizzazione», mentre si riferisce a un caso di vero e proprio racket mafioso, con un manager che, da Milano, manda il boss di Trapani a riscuotere un credito non dovuto, per giunta in nero, a un imprenditore siciliano.

Del resto, se si sapesse in giro che un senatore della Repubblica è condannato per racket, sarebbe più difficile interpellarlo su qualunque cosa accada nella politica, nella cultura, nell’arte e nello spettacolo, come fa il fior fiore della stampa italiota dipingendolo come un vecchio saggio e un sopraffino bibliofilo (infatti ha preso per buona persino la patacca dei diari del Duce). Martedì, giorno dell’ennesima condanna, il Corriere pubblicava un’intervista a Dell’Utri sulla sconfitta di Leoluca Orlando, definito dal senatore pregiudicato «un cadavere che cammina». Lo chiamavano così anche i mafiosi, tra gli anni 80 e i 90, quando lo volevano accoppare per le sue battaglie antimafia. L’ultima volta ci provarono i narcos, tre anni fa, in Sudamerica. Purtroppo fallirono il bersaglio, e il cadavere di Olando ancora cammina.

Altri, invece, hanno smesso di camminare nel 1992-’93.
Avevano il grave torto di non frequentare Vittorio Mangano, Vincenzo Virga e Marcello Dell’Utri. Gentaglia.

Marco Travaglio
da l’Unità del 17 maggio 2007


Una Seconda Vita peggiore

15 Maggio , 2007

SECOND LIFE, paradiso corrotto Pedofilia e violenza nella comunità virtuale che simula la vita reale

Prima o poi doveva succedere. Nel mondo virtuale di ‘Second Life’, dove i giocatori proiettano la loro vita immaginaria, è stata avviata la prima inchiesta per pedofilia. La denuncia è partita da un giornalista del programma televisivo tedesco ‘Report Mainz’, anch’egli membro della comunità composta dagli ‘avatar’, alter-ego virtuali che conducono esistenze parallele, in tutto e per tutto verosimili alla vita reale. I ‘residenti’, ovvero gli utenti, partecipano infatti a una seconda vita che riproduce la vita reale, con scambi e relazioni tra esseri umani ‘mediati’ dal loro personaggio digitale in una sorta di role-playing simile ai vecchi giochi da tavolo.

Invito virtualeUn altro io. L’avatar di Nick Schader, questo il nome del reporter tedesco, durante una ‘conferenza’ in rete, è stato invitato da altri utenti a partecipare a incontri durante i quali i ‘residenti’ si sarebbero scambiati materiale pedo-pornografico. Immagini pornografiche costruite attraverso l’animazione in 3D sono illegali in Germania, punibili con 5 anni di carcere. Ma la proposta andava oltre. Un membro del gruppo, il cui alter-ego è un bambino di 13 anni, offriva all’avatar del giornalista anche la possibilità di entrare in contatto con reali trafficanti di materiale a sfondo pedo-pornografico. Nich Schader ha immediatamente contattato la magistratura, che conta di risolvere il caso nel giro di pochi giorni, rintracciando e identificando il proprietario dell’avatar incriminato anche grazie all’aiuto della ‘Linden Lab’, la società che gestisce l’universo on-line dove i ‘residenti’ possono fare amicizie virtuali, ascoltare concerti, comprare ogni genere di bene, partecipare a elezioni politiche virtuali.

Suzanne Vega su 'Second Life'Educazione sessuale. Sono tuttavia virtualmente infinite le ramificazioni della ’seconda vita’ on-line. La possibilità di incarnare un qualsiasi personaggio dà luogo a situazioni che, se non scadono nell’illegalità, possono comunque degenerare in forme aberranti. E’ un fatto che in internet i file più scaricati siano quelli contenenti materiale pornografico. Così, abbondano le dimensioni parallele che riproducono la realtà, come il quartiere a luci rosse di Amsterdam, dove per pochi linden-dollari (valuta virtuale convertibile però in dollari veri) è possibile godere delle prestazioni di prostitute immaginarie, ma non solo. Di fronte a un canale - virtuale - c’è un sexy shop con foto di ragazze ammiccanti, una Erotic Art Gallery con centinaia di foto e link a siti di aggregazione virtuale, per passare poi al Rex Theater, dove, per 100 linden-dollari, su uno schermo scorrono le immagini di uno stupro virtuale. Gli ’script’ (codici di comando html) più acquistati su ‘Second Life’ sono quelli che riproducono violenze, sevizie e stupri. Si può poi comprare sangue, finti ematomi e tumefazioni per corredare il proprio avatar di truculenti particolari. Indirizzi come il ‘Sex College’ o la ‘Girls School club house’ offrono infine corsi di istruzione - e ‘rieducazione’ - sessuale per ragazzine, mentre in altri si può giocare a violentare avatar minorenni, che appartengono però a individui maggiorenni, in quanto ‘Second life’ è vietato a chi ha meno di 18 anni. Una fine davvero ingloriosa per una parola (avatar) che in sanscrito significa ‘incarnazione umana del dio’.

Il sito di John EdwardsVita artificiale. Sono circa 6 milioni gli utenti (120 mila in Italia) che scelgono di vivere una vita parallela. Virtuale, tridimensionale e interattiva. Ogni settimana la comunità, nata nel 2003, si arricchisce di 200 mila nuovi avatar. Numerose società, e non solo nel campo delle nuove tecnologie, stanno affrettandosi per comprare spazi pubblicitari in questo mondo irreale, mentre fioriscono società di consulenza per curare l’immagine delle aziende che intendono parteciparvi. Musicisti come i Duran Duran o Suzanne Vega vi hanno tenuto concerti, e John Edwards, candidato alla campagna presidenziale Usa per i Democratici, ha su ‘Second Life’ il proprio quartier generale.

(Luca Galassi, Peacereporter.net)


Peppino

9 Maggio , 2007

Signor Presidente della Repubblica,
la notte fra l’otto e il nove maggio, nelle campagne di Cinisi, i sicari
di Gaetano Badalamenti uccidevano Giuseppe Impastato.
La mattina dopo veniva ritrovato il suo cadavere e uno zelante maggiore dei Carabinieri sentenziava che si era fatto saltare in aria sui binari…
Quello stesso giorno Salvo Vitale, al microfono di Radio Aut, la radio autonoma fondata insieme a Giuseppe e agli altri compagni, disse che la notizia della morte di Peppino Impastato non sarebbe comparsa su nessun giornale, perché quel giorno tutto sfigurava di fronte alla notizia del ritrovamento di Aldo Moro in una Renault 4 in via Caetani a Roma.
Peppino era un “nuddu ammescatu cu niente”, come lo aveva già offeso Tano Badalamenti, Tano Seduto esperto di lupara e traffico di eroina, e quindi non meritava nemmeno di essere vittima della mafia, ma semplicemente un volgare “terrorista” di provincia…suicidatosi…
Ma più di venti anni di battaglie giudiziarie e politiche condotte da
Felicia Bartolotta Impastato, da Giovanni Impastato, da Salvo Vitale, da Umberto Santino, dal senatore Giovanni Russo Spena, dai compagni di Peppino ecc.ecc., hanno finalmente portato a galla la verità.
Peppino era una vittima della mafia, ucciso perché con le sue iniziative scopriva i gangli della stessa Cosa Nostra, pur essendo figlio di un piccolo boss…

Signor Presidente,
Lei, sin dal Suo primo discorso, ha messo la lotta alla criminalità
organizzata fra le priorità, per questo motivo noi Le abbiamo dato subito fiducia e abbiamo guardato con speranza alle sue parole.
Ma oggi restiamo sgomenti, rattristati, nuovamente vittime, perché Lei, nella giornata del nove maggio, ha, ovviamente, ricordato Aldo Moro, ma non ha dedicato nemmeno una parola al ventinovesimo anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato.
Le chiediamo quindi di farlo, è una vittima della mafia anche lui, come i morti ammazzati di Portella della Ginestra, come i sindacalisti ammazzati nel dopoguerra, come il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, come Giovanni Falcone, come Paolo Borsellino, come Rosario Livatino ecc.ecc.
Speriamo che Peppino Impastato non sia anche per Lei un “nuddu ammescatu cu’niente”.
Certi di un Suo intervento riparatore, La salutiamo,
Ettore Lomaglio Silvestri
promotore del Comitato - presidente dell’Associazione culturale Sconfiggiamo la mafia
via Lecco 22 24035 CURNO BG

Peppino

Link: Giuseppe Impastato, Centro Impastato.


Forse dobbiamo fare qualcosa

8 Maggio , 2007

Il ministro della Difesa italiano è in Afghanistan, e il governo afgano confisca gli ospedali di Emergency.

Gino e Rahmat

Nel giorno della visita del ministro della Difesa italiano in Afghanistan, il governo afgano confisca, espropria, occupa gli ospedali italani di Emergency. E nessuno dice nulla. Tantomeno il ministro della Difesa italiano attualmente in Afghanistan. Ospedali pagati con i soldi di tanti cittadini italiani, che hanno dato una mano e qualche soldo ciascuno ad Emergency.
Pochi giorni fa, l’ambasciatore italiano Ettore Sequi è costretto ad andare a prendere lo staff italiano di Emergency con le macchine della ambasciata d’Italia, a ospitarlo una notte nella nostra rappresentanza diplomatica e poi ad accompagnarlo in aeroporto per evitare di farlo finire nelle grinfie della polizia afgana. Sia le macchine che l’edificio dell’ambasciata, infatti, sono fuori dal territorio e dalla cosiddetta giurisdizione afgana.
Questo, in termini di diritto internazionale, si chiama incidente diplomatico. Gli incidenti diplomatici accadono raramente tra governi “nemici”, non accadono tra governi amici, o alleati.
E comunque, quando accadono, di solito il governo che ha subito l’affronto reagisce, più o meno duramente.
Del resto, il governo afgano detiene oramai da due mesi un dipendente italiano, pur cittadino afgano, al di fuori da qualsiasi legalità costituzionale. Senza una accusa, senza che gli sia stato permesso di vedere un parente, senza che gli sia stato concesso di vedere un avvocato. E questo cittadino afgano è detenuto per aver agito per conto del governo italiano.

Forse sarebbe il caso di fare qualche cosa. Forse?

(Maso Notarianni, da Peacereporter.net)